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CHICAGO, UNITED STATES:  Los Angeles Lakers guard Kobe Bryant(L) and Chicago Bulls guard Michael Jordan(R) talk during a free-throw attempt during the fourth quarter 17 December at the United Center in Chicago. Bryant, who is 19 and bypassed college basketball to play in the NBA, scored a team-high 33 points off the bench, and Jordan scored a team-high 36 points. The Bulls defeated the Lakers 104-83.  AFP PHOTO  VINCENT LAFORET (Photo credit should read VINCENT LAFORET/AFP/Getty Images)

Quando mi sono avvicinato al basket io, non esisteva la NBA di Sky, non era così facile guardarla in TV…di internet non ne parliamo…
Mi ricordo che da piccolo c’erano degli approfondimenti settimanali dove facevano vedere la Top10 della settimana e se volevi rimanere aggiornato con ciò che succedeva durante la notte, dovevi andare sulla pagina dedicata del Mediavideo.

In quegli anni brillava la stella che ancora oggi viene ricordato come il dio del basket, His Airness, Michael Jordan e noi, malati della pallacanestro, mettevamo in secondo piano tutto di fronte a quella palla a spicchi: amicizie, compiti, genitori, malattie. Ma a quell’età sei un bimbo, non ti interessa nulla di nulla se non dei tuoi interessi. Se c’erano gli allenamenti, c’erano allenamenti. Se c’era la partita, c’era partita. E se in quei giorni in cui c’era partita qualche amico ti invitava al compleanno, o se la mattina ti eri svegliato con la febbre, c’era comunque partita, quindi la mattina andavi a scuola senza dire nulla ai tuoi e infettando mezza scuola e il pomeriggio scendevi in campo…infettando tutti i tuoi compagni di squadra. Stessa cosa accadeva gli allenamenti prima delle convocazioni. Dovevi essere in campo.

Sempre in quegli anni cominciava a calcare i parquet più importanti degli Stati uniti un certo Bean, Kobe Bean Bryant. Un ragazzo, passato anche per il Bel Paese, che negli anni successivi della sua carriera riempirà una mano di Anelli. Draftato nel ’96 da Charlotte e ceduto immediatamente ai Los Angeles Lakers, ci mette poco ad essere considerato come il successore di MJ. Ed ora, a distanza di anni, dopo aver goduto a pieno il gioco di entrambi, ne capisco completamente il motivo.

Tutti e due fanno parte di un altro tipo di NBA, quella dove se volevi vincere dovevi andare a fare a spallate con i giganti che proteggevano il proprio canestro, come Patrick Ewing, Vlade Divac, Shaquille O’Neal. Entrambi non possiedono nelle loro caratteristiche il mortifero tiro da 3 perchè nella “vecchia” NBA il saper tirare da lontano non ti garantiva la vittoria. Sia Kobe che Michael avevano quella capacità decisionale che pochi hanno; se uno dei due decideva che la palla sarebbe dovuta andare dentro, la palla andava dentro. Non importa come, se tramite loro o tramite un loro compagno, ma, se fosse andata male, sarebbero stati 2 punti…spesso e volentieri 2 punti con fallo + 1 libero segnato. Loro erano quelli a cui affidavi i tuoi possessi più pesanti. Nelle loro mani, l’avevi messa in banca!

Allora adesso capisco l’inutilità nel paragonarli, nell’averli messi a confronto tante volte da parte di tanti. Solo ora che a breve non potremo più vedere dal vivo le loro immense giocate.

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